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  • di Loris.Perotti
    Un'università imprenditoriale conviene davvero alle imprese?

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Università, mercato, equità

L’università senza vocazione e l’(inedita) equità del mercato

, November 4, 2009

In questo Primo piano proseguiamo la discussione sull’università, concentrando l’attenzione su alcuni (e prevalenti) presupposti delle proposte di policy correnti e sull’opportunità di riaprire su questo tema spazi per un contributo differente della sociologia. In questa direzione può essere utile introdurre alcune considerazioni generali su quelle che potrebbero essere definite “mistificazioni ricorrenti” nel dibattito sullo stato di salute e sul destino dell’università italiana e quindi sulla necessità di recuperare strumenti di analisi propriamente sociologici. Per esempio partendo da una concezione più sofisticata e realistica del mercato, in netto contrasto con la sua supposta neutralità da cui oggi viene fatto discendere anche un suo improbabile ruolo egualitarista e di giudice ‘neutrale’ della qualità.

1. L’illusionismo neoliberista

Considerare le politiche pubbliche sull’università senza discuterne i presupposti generali impedisce di valutare correttamente la loro adeguatezza rispetto alla realtà sociale e alle sue trasformazioni più complessive. Se la cosiddetta sociologia di policy può decidere di adottare esplicitamente il frame neoliberista, enfatizzato fuori tempo massimo nelle recenti politiche pubbliche su scuola e università; se quindi può nello stesso solco lavorare magari ad indicatori mainstream un po’ più sofisticati; in una prospettiva sociologica più ampia – critica e pubblica – non è invece possibile trascurare i forti limiti di quel frame, le illusioni che crea e gli spazi di manipolazione che apre.

La visione prevalente sul futuro dell’università ha il suo fulcro nell’idea, propria dell’economia neoclassica, del ruolo di regolatore benefico attribuito al mercato, una sorta di non-istituzione sociale, meccanismo neutro, astratto ed imparziale. Non è però una novità che questa accezione “magica” del mercato sia considerata largamente illusoria ed insoddisfacente da molti sociologi, dai classici fino agli sviluppi contemporanei della sociologia economica, e che il carattere sociale (e politico) della costruzione del mercato sia riconosciuto anche da importanti economisti. Gli unici mercati che si conoscano – quelli storici – non possono che essere costruiti socialmente, politicamente, culturalmente. Un esempio di analisi sociologica in questo senso è il saggio di Emmanuel Lazega pubblicato da Sociologica (1/2009), che provocatoriamente si apre con una citazione di Adam Smith sulla spiccata capacità combinatoria (collaborativa/collusiva) dei ‘padroni’.

Salvifico ed onnipotente se lasciato lavorare, secondo i suoi paladini neoliberisti il mercato (e con esso la competizione) selezionerebbe i migliori; li responsabilizzerebbe, siano essi famiglie, studenti, ricercatori o atenei. Il mercato allocherebbe efficientemente le risorse, migliorando le performance; fornirebbe saldi e neutrali criteri per la valutazione della ricerca e della didattica; collegherebbe al meglio la produzione di sapere ai bisogni delle imprese (e magari dei cittadini). Sempre il mercato sarebbe in grado di guarire la corruzione che, si ritiene, attanaglia il mondo accademico in modo anomalo, non solo rispetto al mondo dell’impresa e della politica, ma anche in confronto al resto dell’impiego pubblico.

Passando subito ad un aspetto chiave, è difficile ignorare che invece i mercati mettono in gioco attori con relazioni al potere asimmetriche. La natura di questi ‘giochi’ non è autonoma dai contesti specifici di scambio, quindi dalle strutture di potere e dalle culture che li connotano, con esiti molto diversi perfino trattando risorse analoghe. La stessa origine del “valore”, usando qui il termine nell’accezione economica, deriva molto più da una definizione sociale – legata quindi al sistema di norme e di strutture di potere legittimate e legittimanti – che dalle supposte qualità intrinseche delle risorse scambiate. Saperi ed attori della loro ri-produzione non fanno eccezione a questa dinamica. Così, per esempio, la spiegazione sociologica dei processi di produzione e selezione socio-economica dell’innovazione non potrebbe limitarsi esclusivamente ai meccanismi del mercato, tema su cui i sociologi hanno attirato l’attenzione e prodotto innumerevoli e rilevanti contributi. La stessa tradizione critica di sociologia della conoscenza e delle strutture della sua produzione si fonda su questa semplice e concreta idea.

Ancora, pochi metterebbero oggi in dubbio l’importanza dei beni collettivi per lo sviluppo umano ed economico, ma quella stessa ottica raramente emerge a proposito del possibile rilancio di un ruolo pubblico dell’università. Questa si trova così spinta con sempre maggior naturalezza fra gli attori privati dell’economia, sia nelle politiche pubbliche, sia nelle pratiche (neo-patrimonialistiche o aziendalistiche, per certi aspetti in continuità), sia nell’analisi accademica.

In definitiva, il riconoscimento dei limiti della retorica di mercato appare ancora marginale nel dibattito scientifico nostrano sulla riforma dell’università, fortemente influenzato da approcci economicistici ed aziendalistici. Tutto questo succede mentre fuori dall’Italia si sta sviluppando un dibattito accademico, in particolare anglosassone e francese, sui guasti prodotti dall’invadenza e dalla supremazia della logica di mercato sia su alcuni principi cardine della comunità scientifica (ricerca della verità, libertà e pluralismo, trasparenza e divulgazione, rapporto fra università e editoria scientifica), sia su principi di uguaglianza sociale (si veda il problema dell’indebitamento degli studenti) e diritti umani (si pensi alla questione del brevetto di farmaci e geni). Né le istanze di protesta di alcune componenti specifiche del movimento globale anti-liberista, attive sui temi dell’educazione, della scienza e della tecnologia, o dei recenti movimenti studenteschi e dei ricercatori, in prevalenza precari, possono essere liquidate in blocco come “resistenziali”, lettura riduttiva, e non solo governativa. Piuttosto, queste istanze dovrebbero essere analizzate come testimonianze dei nuovi bisogni sociali e professionali, compressi dalle politiche neoliberiste e, nelle loro dinamiche interne, anche di tensioni contraddittorie, ma non per questo meno importanti per l’analisi della trasformazione sociale.

Avanzerò qui alcune considerazioni su due conseguenze della visione, per così dire, taumaturgica del mercato fra loro strettamente collegate: la pretesa che questo abbia un ruolo di promozione dell’eguaglianza sociale – c’è da capire quanto debitrice del clima culturale nazionale – e i supposti benefìci della competizione per la ricerca e la professionalità accademica.

2. Mercato & Equità: la strana coppia

Il consenso attorno all’ideologia di mercato si deve indubbiamente all’ampio appeal simbolico di alcuni messaggi specifici, fra i quali quello secondo cui il mercato premi i migliori, garantendo quindi qualità della selezione e della produzione, oltre che controllo sui costi.

Questa idea è però (davvero) segnata da una sorta di egualitarismo “ingenuo”, dato che davanti al tribunale del mercato le differenze fra individui dipendono ben poco dal loro merito – un concetto con molte facce rimaste ambigue e scarsamente illuminate nel discorso pubblico. Non è una novità che gli attori in competizione partano da dotazioni sociali diverse: a parità di impegno e ‘qualità’ individuali difficilmente potranno, sopportando gli stessi costi personali/famigliari, raggiungere gli stessi risultati. A meno che non si voglia intervenire appunto sulle dotazioni sociali di partenza. La faccenda è quindi molto più complicata da risolvere rispetto alla concessione di un prestito per pagarsi gli studi. La gara – se vogliamo restare ad una metafora cara a chi esalta il merito come metro di giudizio – è cominciata molto prima dell’iscrizione all’università. Siamo, qui, all’ABC della conoscenza della realtà sociale: è solo una volta assodata questa nozione di base che una discussione si può aprire proficuamente. Altrimenti davvero si resta nel campo dell’ideologia, magari sostenuta da indicatori di performance e comparazioni internazionali, che sistematicamente evitano di mettere in relazione le proprietà “misurate” con i contesti più ampi in cui esse si inseriscono.

Una rozza e mistificante ideologia del merito viene applicata massicciamente sia all’accesso alla formazione superiore, sia all’accesso alla professione accademica, immaginando non solo che la disuguaglianza si manifesti a scatti, piuttosto che essere il risultato di un percorso, ma anche che ciascun soggetto sia separato dal resto della società, che viva tutt’al più in una famiglia, mai in un quartiere, in un territorio, in un paese con determinate istituzioni e in un clima culturale e politico, per esempio più o meno vicino alla sua condizione. E’ da considerare una scorciatoia ingenua o pura finzione valutare il merito somministrando uniformemente test d’ingresso di cultura generale a giovani che hanno trascorso i primi 20 anni della propria vita in una casa popolare o in una villetta stile liberty, tanto più quando la scuola pubblica viene fortemente pauperizzata.

Guardando alla questione dell’accesso agli studi universitari, le proposte d’impostazione neoliberista ricorrenti nel dibattito italiano convergono sulla creazione di un mercato dei titoli di laurea, stratificato in base ai livelli di tasse di iscrizione. Attraverso prestiti differenziati in base al “merito” (le virgolette, a questo punto, mi sembrano d’obbligo), gli studenti si potranno laureare scegliendo le università migliori, che avranno tasse di iscrizione più elevate perché pagheranno i migliori docenti e servizi. Gli studenti “migliori” otterranno un titolo di studio con un marchio di qualità, una quotazione “di mercato” più elevata, grazie all’accesso a contenuti di maggior valore aggiunto, sempre secondo i parametri di mercato, e all’ambiente culturale più qualificato, sempre secondo il mercato (è un po’ ingenuamente che questa soluzione viene presentata anche come una via d’uscita alle trappole del credenzialismo). In una situazione di sottofinanziamento pubblico e incombente crisi finanziaria degli atenei, l’aumento delle tasse d’iscrizione per gli studenti, insieme all’abolizione del valore legale del titolo di studio (utile per accedere a impiego pubblico e professioni), viene presentata come la leva fondamentale per la liberalizzazione del settore e la promozione della concorrenza fra università, che porterebbero ad un sistema differenziato per qualità e specializzazione.

La prospettiva della liberalizzazione dell’università apre in realtà problemi di equità nell’accesso molto seri, in contrasto con le pretese egualitarie di una retorica neoliberista che appare maldestramente ammorbidita. Dal lato dell’offerta, è stata evidentemente ridimensionata l’idea di una diffusione territoriale delle opportunità di alta formazione e ricerca universitaria (certo, non polverizzate come quelle attuali) e delle esternalità socio-economiche positive che vi si collegano. Una riprova lampante di ciò è la recente graduatoria (agosto 2009) per la distribuzione del 7% del Fondo ordinario di finanziamento agli atenei, che premia gli atenei del nord senza tenere in minima considerazione gli handicap strutturali in cui le università del sud si trovano a lavorare, handicap che influenzano tutti gli indicatori utilizzati (per esempio il tasso di occupazione dei neolaureati). Con la stratificazione del sistema universitario affidata al mercato viene soprattutto abbandonata l’idea che un sistema nazionale debba garantire un’offerta con standard minimi uniformi, piuttosto che riprodurre squilibri pregressi. Predicando, dunque, il potenziale egualitario del mercato si rischia in realtà di rafforzare le attuali basi delle ineguaglianze territoriali.

Inoltre, non si può chiudere gli occhi sul fatto che la cosiddetta autonomia degli atenei – primo passo nella direzione della differenziazione – si è tradotta nella “irrazionale” proliferazione dei corsi di studio, che hanno la loro ragion d’esistere nel perseguimento “razionale” della massima utilità individuale di questo o quel potentato accademico. Questa deriva del resto non riguarda solo l’università, ma ampi settori dei servizi pubblici per i quali in modo sempre più evidente la liberalizzazione/privatizzazione non ha portato ai cittadini i benefici attesi e ha invece ampliato gli spazi per il diffondersi di forme particolaristiche di gestione delle risorse.

Dal lato della domanda, un minimo di contestualizzazione del problema, operazione evidentemente poco congeniale tanto all’approccio economico neoliberista quanto alle analisi di policy più diffuse, rende evidente la perversità della ricetta “più tasse d’iscrizione = più meritocrazia = più eguaglianza”. Prendiamo la posizione esemplare degli economisti Giavazzi e Perotti: a fronte della profonda trasformazione cui sono sottoposti i criteri di legittimità, legalità, onore in tutti gli ambiti della vita del paese da almeno un ventennio, entrambi sono convinti del ruolo cruciale dell’aumento delle tasse universitarie nella moralizzazione della vita accademica e per favorire l’equità sociale. Le famiglie ci penserebbero due volte – è il loro ragionamento – a mandare i figli all’università e gli studenti sarebbero più esigenti con i loro docenti (Giavazzi sulla prima pagina del "Corriere della sera", 3 luglio 2009). L’attuale università “gratuita” infatti sarebbe socialmente iniqua, perché all’università vanno pochi figli degli operai. Peccato però, come si ricordava poche righe sopra, che l’iniquità si sia prodotta ben prima di arrivare all’università, soprattutto quando (e dove) il welfare state si è affievolito e il principio di tassazione progressiva è, oltre che messo in discussione dall’impressionante evasione fiscale, pubblicamente delegittimato e ridicolizzato da farmacisti e gioiellieri a 1.000 euro al mese e dai nullatenenti possessori di yacht.

Purtroppo lo scambio proposto alle “famiglie operaie” come un’innovazione a loro favore è sintomatico di un mutamento politico-culturale profondo e devastante per i ceti sottoprivilegiati: “poveri, smettete di pagare l’università ai ricchi, se qualcuno di voi (e non tutti voi) ci vuol provare, gli concederemo un prestito ad hoc”. Quasi uno schiaffo, considerato che le opportunità di trovare e mantenere un lavoro qualificato sono sempre più, si può proprio dire, “merce rara”, in particolare per chi non può permettersi di aspettare una buona occasione e per chi vive in territori svantaggiati.

Ancora, il permanere del gap di origine sociale nel rendimento scolastico e nell’accesso all’università non viene letto come segnale di un deficit, territorialmente assai diversificato, di efficacia delle politiche sociali, educative e culturali, o anche come aspetto di un processo di trasformazione dei modelli culturali e valoriali. Il non “merito” viene invece analiticamente separato dal contesto in cui le persone costruiscono il loro capitale sociale e culturale: il “demerito” è prodotto esclusivo dell’agenzia/organizzazione formativa e/o di un cattivo inserimento dell’individuo o anche dal confronto con individui più fortunati.

In definitiva, mentre i cortocircuiti fra speculazione finanziaria e indebitamento sono sotto accusa in tutto il mondo, da noi si sostiene, quasi senza contradditorio, che l’indebitamento sia in fondo la migliore forma percorribile di redistribuzione sociale delle opportunità. Non importa che solo con molta fantasia e altrettanta spietatezza sociale si possa far scomparire la differenza che c’è tra avere e non avere debiti (o anche tra averne piccoli o grandi). Non viene purtroppo evidenziato che aumento delle tasse e debiti andrebbero a pesare relativamente di più sulle famiglie con bassi redditi, anche attraverso un maggiore condizionamento delle scelte formative e poi professionali. Questo ambito di libertà, contrariamente a quanto si sostiene, verrebbe ulteriormente compresso rispetto a quanto già non avvenga per i meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze. Né si può prevedere che, quasi per magia, diminuirà il peso di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, più familista e clientelare anche nel settore privato, e con minori opportunità di collocazione per i laureati rispetto agli altri paesi europei. Riducendo la libertà nella scelta formativa, professionale e quindi nelle pratiche di lavoro, l’indebitamento funzionerebbe anche come potente amplificatore del processo di “corrosione del carattere” – secondo l’efficace espressione coniata da Richard Sennett – connesso alla flessibilizzazione selvaggia del lavoro, con un impatto non trascurabile sulla fibra produttiva, civile e politica del paese.

3. La meritocrazia “corrosiva” e il declino della professionalità

Secondo i sostenitori di una riforma neoliberista dell’università pubblica, solo introducendo principi di mercato e responsabilizzazione individuale si potrà premiare il merito nell’accesso al lavoro accademico, nelle carriere, così come buone politiche di ricerca e programmi didattici. Pur con lo sconto della sintesi, si capisce subito che la realtà è molto più complicata.

Non è una novità che, soprattutto nel breve termine, parametro privilegiato dal mercato e dai suoi sostenitori, il successo e la reputazione scientifica (soddisfatti standard qualitativi minimi di base, oggetto essi stessi di negoziato) dipendano più spesso da effetti di riconoscimento, di rete, di scuola, di struttura delle opportunità individuali e storiche, politiche ed economiche, che non necessariamente dalla “intrinseca” qualità dei lavori prodotti. Probabilmente non c’è potenziale o risorsa la cui valorizzazione – sociale ed economica – dipenda altrettanto ampiamente da relazioni di potere quanto la conoscenza. Gli stessi fattori che incidono sulla qualità della produzione scientifica, ampiamente definita da convenzioni sociali, sono del resto fortemente dipendenti dalle stesse strutture di valorizzazione. Un ambiente culturalmente stimolante, essere figli d’arte, provenire da famiglie socialmente ‘centrali’, non avere problemi economici e assistenziali, può migliorare molto le opportunità di accedere alla professione accademica, e in generale alle professioni più qualificate. Mi sembra poco credibile scandalizzarsene quando il modello di riferimento è una società a welfare minimo. Tuttavia, un aspetto meno presente nella discussione è il peso di questi fattori sociali nell’apertura di maggiori opportunità di diventare bravi. Si trascura troppo questo semplice e crudo aspetto: “bravi si diventa”, e ad ogni bivio opportunità e ostacoli possono intrecciare la condizione individuale in modo diverso a seconda di altre disuguaglianze di condizione. Il “mercato” non considera la distribuzione, in gran parte cumulativa, dei vincoli che ciascuno dovrà affrontare. Tant’è che quando si parla di meritocrazia nel discorso neoliberista non ci si riferisce ai risultati rispetto alle risorse, ma ai soli risultati e secondo parametri e logiche selezionate dal mercato, che ben poco hanno a che vedere con i principi di verità (plurale) cui dovrebbe tendere la scienza.

Dallo scarto fra queste retoriche e le pratiche ampiamente osservabili deriva che la stessa competizione è per lo più una finzione sociale, anche nel campo scientifico. Alcuni punti dello stesso saggio di Lazega sopra citato, che fa anche esplicito riferimento al campo accademico (p.18), possono essere chiarificatori. Il mercato viene descritto come un sistema a “nicchie”, caratterizzato da diverse forme di “disciplina sociale” collegate a status differenziati: rispetto ad un panorama dominato da una competizione per così dire “neutra” fra attori auto-centrati, ne prevale nettamente un altro, ben diverso, caratterizzato da cerchie cooperative, che sospendono la competizione interessate come sono a mantenere vantaggi quasi-monopolistici nel controllo su specifici ambiti, e da forme di solidarietà particolaristica, una dinamica ben nota anche in ambito accademico dove la regola della competizione tende ad operare prevalentemente nelle aree più periferiche del campo organizzativo.

L’ideologia meritocratica associata a liberalizzazione e aziendalizzazione del sistema universitario produce anche guasti specifici, sia che si pensi all’università come un attore economico fra gli altri del cosiddetto capitalismo cognitivo; sia che invece si voglia promuovere la sua funzione sociale e di bene pubblico. L’esasperazione del principio di mercato può avere un effetto fortemente negativo su alcune risorse specifiche, individuali ed istituzionali, come la fiducia e la cooperazione, che sono cruciali per la produzione scientifica – oltre che per la convivenza civile e la qualità della vita degli individui (aspetti importanti su cui sarebbe importante poter ritornare anche su queste pagine). I pesanti effetti della cosiddetta flessibilizzazione dei contratti di lavoro sulla qualità dei processi produttivi sono ormai piuttosto noti: eccessiva frammentazione, perdita di senso e di autonomia, spreco di conoscenza, progetti di corto respiro, deresponsabilizzazione, peggioramento del clima di lavoro, opportunismo esasperato, dinamiche di cricca, blocco della cooperazione e impossibilità di sinergia. Questo quadro desolante descrive anche la situazione di molti ricercatori, tanto più perché sono inseriti in processi produttivi che richiederebbero un’adesione forte, a tratti totalizzante, flessibile nel contenuto, con scadenze temporali e obiettivi non sempre definibili a priori. La stessa estensione di forme di valutazione standardizzata delle ‘prestazioni’ favorisce la ritualizzazione dei processi produttivi della ricerca, piuttosto che la promozione della loro qualità, e promuove comportamenti opportunistici, in particolare concentrati nella fase a valle della produzione, come le pratiche di plagio o di citazione strategica (dove l’elusione assume una valenza ancora più pesante). Ancora, le disuguaglianze sociali pesano ovviamente anche dentro gli stessi strati di professionalità precarizzata: da una posizione di vantaggio sociale risulteranno più tollerabili i pesi da sopportare; anche in termini di qualità e progetti di vita, i costi da sostenere saranno relativamente più bassi.

Nel suo complesso, una logica di tipo aziendale spinge il lavoro accademico ad intensificare la quantità di output e a cercare all’interno del mercato dei finanziamenti privati diretti e indiretti (attraverso l’editoria) il proprio riconoscimento e la propria giustificazione – con conseguenze pesanti sul pluralismo scientifico. Ne risulta indebolita una dimensione essenziale della professionalità tipica: fornire il massimo della prestazione senza commisurare gli sforzi agli obiettivi, poiché tendenzialmente ogni meta è concepita come il risultato del massimo della competenza esprimibile dal soggetto o dai soggetti coinvolti – idealmente, un obiettivo della/e personalità, piuttosto che legato al tempo investito. C’è insomma una tensione costante e crescente fra un principio di prestazione sufficiente e commisurata, e un principio etico-professionale di prestazione della massima qualità. La normalizzazione del lavoro accademico entra quindi in conflitto con un aspetto centrale della professione. Paradossalmente, l’idea di società della conoscenza che avanza invece di basarsi sulla promozione di un rafforzamento dell’autonomia di tutto il lavoro possibile, spinge verso la sua compressione anche negli ambiti dove questa appariva relativamente più ampia.

Un processo analogo a quello visto tra ricercatori riguarda anche gli studenti del cosiddetto 3+2, spinti a investire un tanto di tempo di preparazione ""sufficiente"" per un tanto di crediti formativi, conformandosi alla logica che vede corrispondere un modulo di conoscenza ad una quantità di tempo dedicato (spesso anche formalizzato in termini di pagine lette). Paradossalmente, laurearsi nei tempi programmati può significare perfino essere bravi studenti, che contribuiscono a tenere alti i parametri dei cosiddetti atenei “virtuosi”, per questo premiati con risorse aggiuntive. Quali “professionisti” avrà però prodotto un’università di questo tipo? Non succede solo che il modello competitivo-aziendale è spinto al punto da negare le premesse di alcune trasformazioni necessarie della professione accademica – come il lavoro collettivo e una maggiore capacità di trasferimento del sapere verso la società tutta. Succede anche che superficialità, ritualismo, deroga alle proprie responsabilità, opportunismo sono alimentate nella cultura di specialisti e professionisti che da questa università, senza vocazione, escono senza professionalità solide e indipendenti e per di più variamente “ricattabili” in misura della loro origine sociale.

Per concludere, l’università pubblica in Italia ha molti difetti, non lo si può negare, che ben poco hanno a che fare con la sua apertura di massa, come è stato giustamente sottolineato. Non per questo, però, le recenti ricette d’impronta neoliberista si devono ritenere credibili. Se, come ho ricordato, senza nessuna pretesa di originalità, mercato e meritocrazia non esistono nei termini impostisi al dibattito pubblico, non si può non vedere quanto essi siano costrutti estremamente funzionali a oscurare la natura politica degli scambi sociali. Non si può non vedere, per esempio, che la situazione dell’università italiana si inserisce in un contesto più ampio di affievolimento delle istituzioni del welfare, del valore stesso del lavoro e dei principi di promozione dell’uguaglianza, di scarso sostegno istituzionale alla scuola pubblica, di deterioramento tanto dell’etica professionale ed imprenditoriale quanto dell’etica pubblica e politica, oltre che di straordinaria confusione sul concetto di libertà. Non si può non ricordare che grandi investimenti per far funzionare davvero una università di massa di qualità sembrano mancare da molto tempo (la progressiva riduzione del finanziamento statale data metà degli anni '80).

Le retoriche sugli effetti salvifici della liberalizzazione dell’università appaiono, in conclusione, ingenue, se non palesemente mistificatorie. Qui si gioca una partita senza dubbio importante per la società di oggi e di domani. Sarebbe pertanto opportuno non lasciare che il dibattito sia appiattito sulle categorie del mainstream economico. La sociologia può contribuire alla discussione scientifica e pubblica con strumenti di analisi più sofisticati, rendendo più chiari ed espliciti i progetti di società di riferimento delle diverse proposte e le loro conseguenze sociali. Distinguendo anche le legittime posizioni politiche da argomenti smaccatamente mistificanti, cui un diluvio di dati quantitativi può forse fornire un supporto simbolico, ma non fondatezza e ragionevolezza.

Keywords: università, mercato, equità, meritocrazia
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Loris Perotti, 03-02-2010, 18:28
Un'università imprenditoriale conviene davvero alle imprese?

In un bell’articolo di qualche anno fa pubblicato su «The Journal of Higher Education», e intitolato “The Life Cycle of Academic Management Fads”, Robert Birnbaum metteva in guardia i lettori contro i facili entusiasmi suscitati dalla messianica attesa per la riforma universitaria miracolosa [Birnbaum 2000]. Analizzando una dozzina di innovazioni organizzative che hanno interessato l’istruzione superiore tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso, l’autore era stato in grado di trovare notevoli analogie tra i “cicli di vita” di diverse teorie presentate di volta in volta, da consulenti e ceto politico, come “la soluzione giusta” ai problemi delle università.

Vale forse la pena di spendere qualche parola sulla fenomenologia di queste “mode accademiche”, e di mostrarne le tappe evolutive individuate da Birnbaum. 1) Tutto inizia quando alcuni studiosi proclamano la crisi di un precedente modello organizzativo e propongono una nuova teoria che viene subito fatta propria da gruppi influenti di consulenti (di professione); 2) alcune istituzioni iniziano così ad adottare i nuovi modelli organizzativi e diventano l’avanguardia di una casistica fatta di successi. In questa fase le voci contrarie alla nuova teoria vengono in genere accusate di non essere al passo coi tempi o (meno nobilmente) di difendere interessi consolidati. 3) I casi di successo nell’adozione delle nuove teorie aumentano (per un semplice effetto statistico: più si diffonde la teoria e più aumentano le probabilità di trovare casi in cui tutto è andato bene), ma con la diffusione iniziano ad emergere anche i primi casi in cui le cose non sembrano essere andate per il verso giusto: le voci critiche iniziano quindi a divenire meno titubanti. 4) Lo scetticismo nei confronti delle nuove teorie che avrebbero dovuto rivoluzionare il funzionamento degli atenei aumenta e il fronte degli apostoli della nuova moda inizia il rompete le righe. Non accetta però la sconfitta ma inizia una lunga serie di distinguo e giustificazioni per spiegarne il fallimento, obietta che sì, per carità, in apparenza l’ateneo X sembrava aver adottato la ricetta miracolosa da loro proposta, però non era vero perché poi l’implementazione, la scarsa convinzione dei vertici, ecc.. 5) seguendo una tipica struttura ricorsiva, alcuni studiosi proclamano allora la crisi del modello organizzativo e propongono una nuova teoria che viene subito fatta propria da gruppi di consulenti (di professione), ecc.. Una cosa curiosa che Birnbaum fa notare è che le teorie in genere non nascono per essere applicate in ambito universitario, ma sono al contrario pensate per il settore delle imprese (che dispone di più risorse per i consulenti), poi si estendono all’amministrazione pubblica (basta burocrazie: il mercato!), e infine arrivano ad interessare l’istruzione superiore, talvolta proprio nel momento in cui la dottrina fino a quel momento di successo sta tramontando o ha già mostrato più di una falla.

Ora, io non so se attualmente l’università sia in preda a un’ennesima fascinazione sulla falsariga delle mode studiate da Birnbaum. Certo è che la fiducia nei confronti delle riforme universitarie e dei loro sicuri e benefici effetti sul sistema produttivo assomiglia più ad una fede che ad una teoria scientifica da sottoporre al vaglio dei fatti.

Mi riferisco, in particolare, ad alcune affermazioni un po’ apodittiche in merito all’esistenza di una benefica relazione che legherebbe l’adozione di logiche imprenditoriali negli atenei e il prodursi di vantaggi per il sistema economico (si prenda ad esempio la Comunicazione al Consiglio e al Parlamento europei fatta dalla Commissione il 10/05/2006). Il ragionamento sottostante e le relative soluzioni proposte sono chiari: finora le università (o meglio, fuori dai denti, le corporazioni accademiche) hanno vissuto nel loro splendido isolamento in modo più o meno parassitario grazie al fatto di poter contare su finanziamenti pubblici, noncuranti del bene comune e degli interessi del sistema produttivo. Quindi, “affamiamo” gli atenei sottraendo loro fondi (ricordate lo “starving the beast” dei conservatori americani?) in modo da costringerli a cercare risorse altrove, all’esterno. Il tutto, in un magico e misterioso processo di armonie prestabilite di leibniziana memoria, condurrà a far convergere gli interessi di imprese (che hanno bisogno della ricerca universitaria per essere più competitive) e atenei (che hanno bisogno dei soldi delle imprese per sopravvivere).

Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio in questi termini? Non sono proprio immaginabili effetti perversi, o inattesi, che potrebbero derivare dalla decisione, politica prima ancora che fiscale, di costringere le università a diventare “università imprenditoriali” secondo l’espressione coniata da Burton Clark [1998]?

Senza grandi sforzi di fantasia, nel senso che qui non si tratta di formulare ipotesi più o meno probabili ma al contrario di osservare conseguenze già palesate, mi limito a segnalare due fenomeni. Primo, da quando gli atenei sono stati costretti a cercare risorse all’esterno, i costi sostenuti dal sistema produttivo per far propri i risultati della ricerca universitaria sono aumentati e non certo diminuiti. Nel tentativo di far quadrare i bilanci, le università hanno via via introdotto misure per limitare l’appropriazione quasi gratuita delle proprie ricerche da parte delle imprese: si pensi, tra gli anni Ottanta e Novanta, alla nascita un po’ ovunque in Europa degli uffici d’ateneo per la brevettazione. La ricerca universitaria (o parte di essa) si trasforma così da tipico esempio di bene pubblico a servizio da offrire sul mercato, il che significa che ora le imprese sono chiamate a pagare un prezzo per ciò che prima ottenevano a costi molto bassi o nulli. Alcuni diranno: “bene!”, ma qui non si tratta di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, ma di capire se siano congruenti le finalità dichiarate dal governo di turno e i mezzi escogitati per raggiungerle.

Nonostante vengano quindi spesso accostate nel dibattito pubblico, le azioni mirate ad aumentare le risorse degli atenei e le azioni finalizzate a favorire lo sviluppo economico si ispirano a due logiche differenti. Le prime sono difatti orientate a costruire rapporti di scambio con la controparte produttiva al fine di accrescere le entrate per l’accademia (vendita di servizi, contratti di ricerca, vendita di brevetti, ecc.). Le seconde dovrebbero invece essere pensate per consentire al maggior numero possibile di attori del sistema economico di godere, al minor costo possibile, dei benefici che derivano dalla formazione e dalla ricerca universitaria (principio della condivisione/diffusione delle scoperte).

Il secondo fenomeno, o effetto perverso, associato all’introduzione di quelle logiche di mercato che negli auspici dei ministeri dovrebbe portare a una maggiore qualità dell’istruzione superiore e a un aumento dell’utilità sociale del lavoro degli accademici, è che l’adozione di un modello di università imprenditoriale accresce le occasioni di competizione e conflitto tra sistema di istruzione e ricerca da un lato, e sistema economico dall’altro. Come hanno mostrato Etzkowitz e colleghi [2000] per il caso statunitense, un’università molto attiva sul fronte della creazione di impresa o della brevettazione può infatti rivelarsi un concorrente più che un alleato del sistema (nazionale) delle imprese, per esempio nel caso in cui l’azione degli atenei nel mercato (spin-offstart up, ecc.) sia destinata a produrre beni o servizi offerti anche dal sistema privato. Ciò è tanto più vero quanto più ridotti sono i confini dell’arena in cui avvengono le relazioni tra gli attori, perché su scala sub-nazionale i flussi di risorse attratti da università “imprenditoriali” e “proattive” possono diventare flussi stornati dal sistema economico (in termini di quote di mercato perse a favore di spin-off universitari, minori finanziamenti a disposizione di laboratori privati, ecc.) essendo spesso il gioco a livello locale un gioco a somma fissa.

Al momento, però, la fiducia (o è meglio dire fede?) nella regolazione di mercato che accompagna molte delle riforme universitarie che si stanno portando avanti un po’ ovunque in Europa non sembra molto incline a problematizzare la questione nei termini qui sommariamente proposti: speriamo di non dover ritrovare queste stesse teorie, oggi strenuamente difese e diffuse da organismi internazionali e consulenti-guru, nel prossimo libro su “Academic management fads” di Robert Birnbaum. O forse è proprio il caso di augurarselo?


Riferimenti bibliografici

Birnbaum, R.

2000   "The life cycle of academic management fads." The Journal of Higher Education 71: 1-16.

Clark, B.R.

1998   Creating Entrepreneurial Universities. Organizational Pathways of Transformation. Oxford: Pergamon.

Etzkowitz, H. et al.

2000   “The future of university and the university of  the future: evolution of ivory tower to entrepreneurial paradigm.” Research Policy 29: 313-330.


Loris Perotti - Università degli Studi di Milano

loris.perotti@unimi.it

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